Considerazioni

Premessa

Le considerazioni nascono dalla positività o dalla negatività di un’esperienza. L’esperienze che viviamo noi uomini sono uniche nel loro genere e ci aiutano a tracciare il percorso della nostra vita. I successi e i fallimenti contribuiscono alla costruzione della nostra persona grazie a convinzioni più o meno valide, le quali però sono sempre pronte a essere disgregate da nuove situazioni che le sconvolgono. La nostra coscienza è estremamente instabile e mutabile, non che fragile e ci porta a conclusioni spesso in contrasto non solo con l’opinione altrui ma anche contro sé stessi e le proprie convinzioni, basti notare come il nostro punto di vista spesso cambi a seconda del nostro stato d’animo. Siate pronti ad odiarmi per ciò che vi dirò.


Capitolo I

Seconda premessa (filosofica).

Agli uomini non si rivelerà mai il significato della vita, così come non si scopriranno mai gli arcani piani dietro alle inspiegabili vicende che vincolano le nostre esistenze. Ci è difficile trovare un filo conduttore o un qualcosa che possa prendere il ruolo di regole generalizzanti con cui si possa giudicare la vita dell’uomo e il suo comportamento, ma spesso non possiamo che limitarci nel giudicare esclusivamente il momento. E’ di comune conoscenza il fatto che l’uomo possa affidarsi solo parzialmente alle proprie virtù e per il resto affidarsi alla fortuna, ma non vorrei che prendeste ciò in una visione prettamente machiavelliana. Noi non dobbiamo sperare nella fortuna, ma usare essa come nostra base, o meglio, dobbiamo aver coscienza della nostra situazione, e comportarci di conseguenza. Noi nasciamo in un posto anziché in un altro, in una famiglia invece che nell’altra, e di questo non ce ne possiamo fare una ragione, ma dobbiamo comprendere le componenti della situazione in cui ci troviamo, per poter meglio esplicarci. A dominare in senso pragmatico il mondo saranno sempre i rei, crogiolati nella loro malvagità e nella soddisfazione del proprio particulare realizzato. Ad altri è lasciato il compito di soffrire e non si sa secondo quale ragione o significato il destino ha voluto così. Una cosa è certa: a questi spetta il riscatto personale, il quale deve estrinsecarsi assieme alla virtù propria dell’individuo, ottenibile nella interiore convinzione di poter affrontare ciò che è ingiusto e difficoltoso. All’uomo è concesso lottare, ma spetta a lui come agire, e come ricercare in sé la giusta determinazione.


Capitolo II

L’odio.

Cos’è l’odio? Io ti odio e non te lo dico. Tu mi odi perché non te lo dico.

Potrei passare in rassegna le varie cose che odio, e in prima lista metterei l’ipocrisia, seguita dalla società malata in cui viviamo, e le persone ‘malate’ di questo mondo. Ma non sono qui per parlare di cosa odio, o perlomeno solo in parte, sappiate che odio anche l’odio insensato ed immaturo.

Come nasce l’odio? Un tempo avrei risposto che l’odio nasce dall’ignoranza e dall’incapacità del sapersi autocontrollare, dove servirebbe un semplice esercizio di raziocino, in modo da poter calcolare sempre le conseguenze delle proprie azioni, senza lasciarsi trasportare dall’ira e da altri atteggiamenti deleteri. Infondo questo risulta vero, ma l’odio non è solo questo. Mi spiego. C’è quell’odio che nasce dalle persone ignoranti, ed è quello perfettamente definito poco fa, che rende logorroiche queste persone, tanto pericolose, quanto ammalate dalla corruzione della società moderna, che esalta la prevalenza dell’individuo potente, che non può far altro che esprimersi nella soppressione dell’avversario, con qualunque mezzo, il più facile: la violenza, espressione dell’odio. Ci sono anche persone, sempre influenzate da questa società corrotta, che sono tanto deboli da non riuscire ad avere una propria personalità, e sono obbligate a seguire mode preconfezionate dai filosofi di questo mondo, impacchettate e pronte per essere esposte in vestiario, usi e costumi, in vetrine, televisori e quant’altro possa risultare ipnotico al normale individuo. Questo genere di persone odiano coloro che riescono a trovare una loro personalità, ma che ai loro occhi sono diversi, fin tanto che non seguono i canoni delle loro malate mode, ma in lor coscienza, semplicemente invidiano chi può più di loro.

Come anticipavo, c’è altro odio. C’è odio imprivabile. C’è il nostro odio. Qui non si tratta più di influenze o debolezze, si tratta di come ci esprimiamo.

‘La gente non ti odia perché tu di vuoi far odiare, la gente ti odia perché odia se stessa. Io non mi odio, ed è inutile che mi istighi ad odiarti.’‘E’ che mi fa sentire vivo, capisci? Quando non si riesce a ottenere qualcosa, si cerca il contrario.’

E’ possibile che noi dobbiamo arrivare a tanto per poterci adattare a questa società, mantenendo le nostre personalità, poiché chi non ha subito traumi nella sua vita non ci può capire?

Degli altri non mi interessa, non mi divertirei se ogni giorno non avessi la conferma di esser superiore a chi la vita ha rivelato poco di sé, dico però che odio chi ancora fa soffrire chi già tanto ha sofferto. Vorrei che a loro si rivelasse la spiegazione della loro sofferenza, e vorrei esser in qualche modo d’aiuto, ma egoisticamente non riesco che a ricavarne nuovi aiuti per me, e questo lo odio tanto.

‘Quando non si riesce ad ottener qualcosa, si cerca il contrario. Non riesco ad ottenere amore, dunque cerco odio.’

Capitolo III

L’illusione.

‘Ehi bimbo, lo vedi quel mazzo di carte? Prendi l’asso di cuori e concentrati su di esso. Coprilo con una mano. Posso soffiarci sopra? Ecco. Ora solleva la tua mano. Ehi bimbo, qualcuno ha fatto sparire il tuo cuore…’

Vorrei potervi mettere in guardia da ciò che in apparenza potrebbe sembrare fantastico e magico, quelle situazioni coperte da un velo fiabesco, che vi fanno addolcire e render lucidi i vostri occhi, che vi riempiono il cuore come se esso fosse un piccolo bambino cullato dalla madre. Fate attenzione a credere di poter trovar riparo negli eventi fantastici e romantici, nelle carrozze a forma di zucca comparse a mezzanotte, e non credete alla magia, non esiste.

E se al mago non riuscisse più il suo trucco? Vi sentireste presi in giro? Di certo, se non aveste bloccato il vostro sguardo là dove l’illusionista vi ha voluto incantare, avreste avuto la possibilità di comprendere il suo trucco, e probabilmente prevedere l’errore.

Vi rivelo un’altra cosa: potreste incontrare l’illusionista più bravo al mondo, ma la più grande capacità di illudervi risiede in voi stessi. Se non osservaste la magia con stupore, se non vi incantaste sulle mani del mago, che sembrano giocare con voi, e solo voi, allora non soffrireste per lo svanire del magico gioco. Bisogna sempre aspettarsi la rottura dell’incantesimo, o in termini più realistici, il malfunzionamento di esso, e da qui l’abbandono… la delusione.

Non vi dico di non soffrirne, ma non illudetevi di essere voi, e voi soli a poter far felice il mago, a cui riesce il trucco, poiché egli gioca anche con altri. Non soffrite, dunque, per la rottura della vostra illusione; se credevate che chi vi stesse di fronte ci fosse solo per voi, ciò era pura illusione. Ponete il dubbio anche dinanzi all’illusione di essere amati, all’illusione di non essere mai abbandonati, mai traditi.

Non vi chiedo di venerare lo scetticismo, ma di essere pronti a reagire, perché le lacrime non riparano.

‘Signor mago, preferisco ritirar la mia carta nel tuo mazzo, e lasciarti da solo. Tu sei libero di giocar con la carta che ti ho lasciato, ma non rendermi partecipe della tua illusione.’

Capitolo IV

La pazzia.

Qualcuno elogiò la follia, lo fece a modo suo, ciò che importa è che fece bene.

Anche in quest’occasione c’è bisogno di porre una distinzione tra la normale pazzia, che chiameremo ira, e l’altra pazzia, che identificheremo con la follia, un po’ come quella di Erasmo, alla quale però servirebbe un altro nome per essere definita, ma nascendo dallo stesso bisogno di trovar sfogo in atteggiamenti esuberanti ed esagerati, mi pare pure corretto adattarsi.

Provo forte disgusto per la prima forma di questa, poiché essa non è altro che una delle tanti componenti di questo agglomerato malvagio che sta divorando il nostro mondo. L’ira, cari miei, nasce dalla debolezza degli uomini, dal loro bisogno di trovar a tutti i costi qualcosa per poter far sentire la propria presenza, e poter prevalere sugli altri. Senza questa debolezza, l’uomo sarebbe maestro dell’autocontrollo, e vivrebbe in modo decisamente più sereno, senza cadere nel grande turbine di cinismo che avvolge la società. Società che a sua volta alimenta questo turbine, proponendo il modello della sfida, e il modello della prevalenza sugli altri: l’uomo non può ritenersi soddisfatto se non riesce a prevalere sull’altro, in fatto di ragioni, forza o quant’altro. Ed ecco che gli viene offerto su di un piatto d’argento lo strumento che gli conferirà la possibilità di rivendicarsi delle sconfitte: l’ira. Senza l’ira le persone si sentirebbero perdute, fin tanto che persa è pure l’idea della pazienza che dovrebbe sostenere le nostre opere, e la volontà di ritentare.

Se voi riuscirete a non esser schiavi dell’ira, potrete comprendere quanto detto attraverso l’osservazione di un uomo in stato d’ira, per un futile motivo. Capirete quanto è debole, ed avreste pietà per lui, comprendendo che in lui è completamente assente la volontà di mantenere la calma, il controllo. Vorrei tanto sorvolare sull’ira provocata dalla negligenza o malvagità altrui, perché è deplorevole paragonarle, ma purtroppo ha bisogno della stessa forza di volontà di mantenere la calma, e in questi casi la volontà di saper perdonare.

Poi c’è l’altra pazzia, la nostra follia, senza la quale la nostra vita perderebbe gran parte del suo gusto.

‘E di questo è degno testimone il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole di elogio per me: “Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno.” ‘

Non si potrebbe definire meglio la follia… completa assenza di senno.

Sfogo. Urla. Liberazione. Danza. Rinascita.

La follia da me intesa è una pura scarica di adrenalina, che spesso distrae dal voler pensare, mettendo una pausa alla ragione, e permette a corpo e mente di sfogarsi come a loro meglio aggrada. Superato il primo stadio dove il corpo vuol consumare l’energia datagli dall’adrenalina, in danza e urla, è la mente a cominciare a danzare e urlare. Sentire l’estasi penetrare nella propria testa è una delle esperienze di cui più si ha necessità. Tutti i problemi si illuminano di una via che porta alla loro risoluzione, e la completa serenità di quel momento è frutto di uno sfogo che annichilisce i pensieri negativi, o ne fa la base per uno sfogo ancora maggiore.

Non bisogna necessariamente essere in solitudine per essere folli, ma spesso sono gli altri a regalarci la possibilità di fare pazzie.

Sulla falsa riga delle esperienze di quel Vitangelo Moscarda, dal naso inopinatamente in pendenza verso destra, si dimostra come l’incline follia disposta a comporre e scomporre la propria personalità, ingannando gli altri, sia per gli altri pazzia intesa come inspiegabile e drastico cambiamento di comportamento, e per noi pura follia nel saper di poter apparire e sparire nel contempo, impedendo ad estranei di plasmare la nostra immagine. Ma di questo parleremo molto più chiaramente in seguito, in un capitolo dedicato.

‘Ciò che voi altri credete pazzia non è altro che estrema godezza dei sensi.’

Godezza dei sensi. Ovviamente non tutti i pazzi possono considerasi così fortunati, tale pazzia va meritata, anche nel momento, ed è sicuramente qualcosa di estremamente positivo, vissuto nella propria interiorità, senza il disturbo o la preoccupazione di chi ci è intorno.

Che la pazzia vi possa guidare nei momenti in cui più ne avete bisogno, senza che voi la temiate.

Beato sia il folle.

Capitolo V

Il dolore.

Graffi, ferite, botte e lividi. Anche il dolore affronta il suo percorso di maturazione, e ci travolge. Sentiamo il dolore nella botta e ne piangiamo; guardiamo al passato e comprendiamo l’importanza dello star bene. Sentiamo il dolore nel livido e ci straziamo; capiamo quanto sia precaria la nostra esistenza e quanto la nostra fragilità non possa fare a meno di ferirsi lungo un percorso e sentirne per lungo tempo il ricordo, attraverso il livido. Mentre cerchiamo di assorbire il dolore, ci rendiamo davvero conto del benessere che ci ha preceduti, e se ci avanza tempo tra lo strazio e il chiederci il perché dell’accaduto, riflettiamo su come abbiamo approfittato della nostra serenità e tranquillità, senza prender coscienza della loro importanza.

La sofferenza è probabilmente maggiore, dopo il colpo subito, nel tentativo di soffocarlo, riassorbirlo. Il livido è la ferita più noi stessi, ovvero la nostra persona e la nostra esperienza affogata e sprofondata nella sensazione dolorante del malessere. Lo sviluppo del dolore segue un percorso esclusivamente interiore, che spesso non riesce a trovar riparo e conforto nei consigli altrui, non accetta vie di fuga nonostante sappia quale sia la sua uscita; il dolore ha bisogno di maturare e seguire il suo cammino, di esasperare la sofferenza se ne si ha bisogno ed esprimersi nelle più svariate sue forme di espressione. Il dolore non lo si può negare e diventa male l’illusione e la forzata distrazione da esso, ha bisogno di sfogarsi nel pianto, nelle urla, nell’odio, nella frustrazione.

Il dolore è qualcosa di cui non ci possiamo privare, ma nemmeno cerchiamo. Ci fa soffrire, ma ci aiuta a crescere. Il suo sfogo nel pianto e nello strazio da spazio a profonde riflessioni ed è vero che a volte non si ha la giusta sanità mentale per poter riflettere, ma è lo stesso grido e appello al perché dell’accaduto che in questo caso si può esprimere in una sorta di pazzia, e in un altro nella chiusura in se stessi… non c’è dolore senza sua forma d’espressione.

Chi soffre ha qualcosa in più e non è né la ferità, né il livido, ma l’esperienza di quanto accaduto e la sua presa di coscienza, unita alla propria reazione e a questo tanto citato percorso.

Chi non è mai caduto, non ha mai avuto la possibilità di poter comprendere la bellezza della vita. Questo tipo di frase non è la solita menzogna detta per conforto, ma è verità della quale bisogna rendersi conto. Un uomo che prende coscienza del suo dolore, può tutto. Un uomo capace di rialzarsi, un uomo che riesce a tener testa alta alle avversità, comprendendo che il suo obiettivo nella vita non può essere ostacolato da nessuno è tanto fortunato. Voi direte, come può considerarsi fortunata, una persona perseguitata dalle avversità ed immersa nel suo dolore, quando fuori c’è così tanta gente, che pur seguendo un bene di tipo aberrante, trova serenità nella completa assenza di dolore, nella sua aponia? Ebbene, nella semplicità più possibile, vi rispondo che a rendere felice una persona, più che l’assenza di dolore, è il superamento di esso, o ancora di più la convivenza con esso, nella coscienza che esso serva d’aiuto per gli altri, per poter quindi trovar la felicità di esser utili grazie alla propria esperienza. Ciò è molto più grande di quanto possa essere detto a parole, ma il fatto è che bisogna avere un atteggiamento di ‘malinconia’ nei confronti del dolore, bisogna accettarlo. Non bisogna farsi abbattere e deprimere da esso, ma farne la base per essere una persona migliore, felice nonostante la sofferenza e dunque doppiamente felice.

Quindi non ci si faccia nemmeno abbattere dal pensiero che non si possa superare il dolore, perché se questo è vero, vuol dire che possiamo trovare una certa serenità nel rapporto malinconico con esso, nella presa di coscienza che esso esiste e ci può rendere uomini migliori, più di quanto saremmo senza l’esperienza delle nostre cadute.

[to be continued...]

6 Commenti

  1. Roberto Bandini ha detto,

    Questo testo che ho trovato quasi per caso mi è piaciuto moltissimo.

  2. auronno ha detto,

    grazie :)
    è un mio scritto che definirei “giovanile”.. mi dispiace non averlo concluso, ma ora come ora non credo di poter trovare di nuovo quell’ispirazione con cui ho scritto quelle considerazioni.
    su molte cose mi ritrovo ancora d’accordo, ma se dovessi riscriverle, sarei molto più distaccato e conserverei una minor foga.
    ma nulla è detto, ricordo bene che questo scritto doveva concludersi col capitolo ‘coscienza’.

  3. sara stacchillo ha detto,

    salve. ho trovato per caso questo blog facendo una ricerca su google e mi sono fermata a leggere. le idee sono lodevoli e mi hanno affascinata però mi spiace dirlo ma scrive davvero male. spero che sia una critica costruttiva.

  4. auronno ha detto,

    esattamente cosa non ti piace?

  5. Giovanni ha detto,

    Piu’ leggo questo blog, piu’ cresce la mia stima nei tuoi confronti…Molte volte ho provato a mettere su carta emozioni, sensazioni e pensieri, ma dopo ore, giorni, settimane, quei fogli continuano ad essere bianchi, a causa di incompetenze lessicali accompagnate da una totale mancanza di contenuti a mio parere (sembra assurdo, sento la voglia di esprimermi ma trovo il vuoto assoluto)…..l’impersonificazione di uno dei tanti “deboli” descritti nel II capitolo, che prova a creare (e non ricercare) una propria personalità ma senza ottenere riscontro alcuno, pur non accettando le “mode preconfezionate” di questo mondo. Ma cosa rimane allora? Una fase di stallo, il nulla, un distacco totale dal mondo. Tu invece no, riesci ad esprimere in modo libero emozioni di una vita pienamente vissuta, nonostante la nostra differenza di età sia solo di qualche mese (da quel che ho son riuscito a capire nei vari interventi 18?) e cio’ non puo’ far altro che rendere questo commento ancora piu’ triste e patetico xD. Sarebbe curioso incontrare persone come te in giro, o riuscire a scrivere un paio di righe come te un giorno chissà ma sembra molto poco probabile….Nascita di odio? No, solo una sottile forma di ambizione nata da una sorta di invidia non presuntuosa, e che immancabilmente si trasformera’ nell’ennesimo complesso di inferiorita’ xD…Keep on doing it.
    P.S. Hai fatto, seguito, partecipato (e tanti altri termini che indicano la presenza almeno con la mente, se non con il corpo) ad eventi, letto libri, svolte attivita’ che hannno permesso il raggiungimento di tale “livello”?. So che influiscono in modo superficiale il modo di esprimersi di una persona, che il meglio e’ qualcosa che o si ha, o che non si ha, ma mi permetto di chiedere, cosi’, giusto per info…

    • auronno ha detto,

      Ok, cercherò di risponderti.
      Sull’età hai ragione, ho compiuto da un po’ 18 anni, però giusto per specificare questo scritto è di due anni fa.
      Scrivere non è facile. Tu apprezzi molto quello che ho scritto, ma c’è gente che dice che tutta questa produzione è scritta male. Tutto ciò che ho espresso è stato fatto in modo diretto, con una revisione veloce alla fine. Non mi sono fermato a formulare nulla e i vari capitoli si sono susseguiti per pura ispirazione. Mi chiedi quali esperienze ho fatto? Bah… di sicuro sono consapevole che mi manca (e ne si sente il peso) un’esperienza di lettura. Leggo, ma non spesso, più che altro perchè già la scuola mi impegna troppo e nel tempo libero la voglia mi manca. La maggior parte delle letture che ho fatto recentemente, sono state scolastiche… alcune molto belle, ma poche sono state autonome. Ho letto di recente “I sommersi e i salvati” di Primo Levi, “La luna e i falò” di Cesare Pavese, “La coscienza di Zeno”, “1984″, “Le confessioni di S.Agostino” (assurdo…). L’autore che mi ha condizionato di più è stato Pirandello con “Il fu Mattia Pascal” e “Uno, nessuno e centomila”. Inoltre la mia pazzia è stata condita da piacevoli letture notturne delle storie di Lovecraft. Sicuramente ad influenzare la mia personalità, il mio modo di esprimermi e anche la mia voglia di scrivere è stata la filosofia. Non voglio che questa passione sia vista sotto un’ottica libresca o scolastica. Innegabilmente, tutti gli studi filosofici che ho fatto mi hanno aperto la mente ed è per questo che si insegna filosofia a scuola. Nessuno vuol farti credere che la verità sta in un qualche elemento della natura o cose simili. Apertura mentale, tutto qui. Poi come hai detto tu, non solo la lettura influisce, ma il bagaglio di una vita contiene in sè anche tante altre esperienze. Una sua influenza dev’essere stata fatta anche dalla mia cultura cinefila, adoro i film e prima ne vedevo tantissimi. Ma film belli, i cult. L’Omar (mio nome) di questo scritto era un Omar decisamente più depresso di adesso che forse non aveva una caratteristica fondamentale che ora ha e non se ne vuole privare: ironia/autoironia. E’ il modo migliore per vivere e poter prolungare le proprie felicità. E’ anche il modo migliore per poter scrivere in serenità, senza che siano il rancore/tristezza/noia a ispirare le nostre produzioni. Ultimo ingrediente fondamentale? L’amore. Tutte le esperienze sentimentali, concluse o non, pensate, immaginate, realizzate, vissute, respirate, sognate.

      Ho un consiglio da darti: se ci tieni a scrivere, inizia a scrivere qualche lettera. Vera o finta, non importa, ma indirizzala a qualcuno, anche a te stesso, a Dio, al tuo amore, a un tuo nemico, ad un amico.. a qualcuno.

      Per quanto riguarda la personalità… pensar troppo fa male. (leggi Pirandello, tra tutte le letture è l’unica che ti raccomando assolutamente). Ti senti fuori dalle “mode preconfezionate”? E’ già tanto, vuol dire che ti riconosci diverso dagli altri. Ti senti vuoto? Vuoto significa che c’è spazio. Spazio per costruire. Finchè rimani con te stesso magari non riuscirai a riempire questo vuoto, ma da quanto leggo hai tutte le carte in regola per poter permettere agli altri di costruire su di te. Hai tanto da dare e tanto da ricevere.

      Ho parlato troppo… buona fortuna.

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